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La figura del "lecchino" è antica quanto le organizzazioni umane. Cambiano i contesti – dalla scuola agli uffici pubblici, dalle aziende alla politica – ma il meccanismo resta sorprendentemente simile: cercare il favore del potente non attraverso il merito, bensì attraverso l'adulazione.
In questa riflessione il termine "lecchino" non indica una persona specifica, ma un comportamento che molti ritengono di aver osservato almeno una volta nella propria esperienza.
Una strategia che può iniziare presto
C'è chi sostiene che questa attitudine possa manifestarsi già durante gli anni della scuola. Non si tratta naturalmente di una regola, ma di atteggiamenti che talvolta emergono tra bambini e adolescenti: cercare l'approvazione del compagno più influente, mostrarsi particolarmente compiacenti con chi esercita un'autorità o tentare di ottenere piccoli vantaggi attraverso la simpatia ostentata.
Alle scuole medie il gesto può essere quello di offrirsi volontario per qualsiasi incombenza pur di attirare l'attenzione dell'insegnante. Alle superiori, invece, la tecnica può affinarsi: giustificazioni studiate, sorrisi strategici, disponibilità improvvise, tutto finalizzato a evitare un'interrogazione o ottenere una valutazione più favorevole.
Naturalmente la maggior parte degli studenti costruisce il proprio percorso con impegno e serietà. Tuttavia, il fenomeno dell'adulazione opportunistica è spesso oggetto di discussione proprio perché, quando esiste, lascia il segno.
Dal banco di scuola al mondo del lavoro
Con il passare degli anni, il comportamento può evolversi. Il lecchino adulto non chiede quasi mai apertamente un favore. Preferisce costruire relazioni apparentemente disinteressate, dispensando complimenti, disponibilità e manifestazioni di amicizia.
L'obiettivo non è il rapporto umano in sé, ma il vantaggio che quel rapporto potrebbe produrre.
È una forma di investimento relazionale: frequentare le persone considerate influenti, mostrarsi sempre presenti, evitare il conflitto e sostenere chi, in quel momento, occupa una posizione di potere.
L'amicizia a tempo determinato
Uno degli aspetti più caratteristici dell'adulatore è la volatilità delle sue alleanze.
Finché una persona rappresenta un'opportunità, viene circondata da attenzioni, riconoscimenti e manifestazioni di stima. Quando però compare qualcuno in grado di offrire maggiori vantaggi, il baricentro cambia rapidamente.
L'amicizia lascia il posto alla convenienza.
La fedeltà viene sostituita dall'opportunismo.
E chi fino a ieri sembrava indispensabile diventa improvvisamente irrilevante.
Il merito contro la ricerca del favore
Ogni organizzazione dovrebbe interrogarsi su un punto fondamentale: premiare il merito o premiare la capacità di compiacere?
Quando prevale la seconda logica, il rischio è evidente. Le competenze passano in secondo piano, mentre acquisiscono valore la capacità di coltivare relazioni utilitaristiche e di adattarsi continuamente ai nuovi equilibri di potere.
Questo non penalizza soltanto le persone più preparate, ma impoverisce l'intera organizzazione, che finisce per selezionare chi sa adulare meglio invece di chi è realmente più competente.
Una cultura da superare
Contrastare questa mentalità significa costruire ambienti nei quali la crescita professionale dipenda dalla preparazione, dalla responsabilità e dai risultati ottenuti.
La scuola, il pubblico impiego, le aziende e ogni altra organizzazione hanno bisogno di valorizzare il merito, non la sudditanza psicologica verso chi detiene il potere.
Perché il vero professionista non ha bisogno di adulare nessuno. Sa che il riconoscimento più duraturo nasce dalla competenza, dall'onestà intellettuale e dalla capacità di assumersi responsabilità. Chi invece costruisce la propria carriera esclusivamente sulle lusinghe rischia di arrivare in alto senza aver mai realmente dimostrato il proprio valore.
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