Come raddoppiare lo stipendio degli insegnanti: la proposta che divide ancora la scuola


Meno docenti, classi più numerose e una diversa organizzazione del lavoro per concentrare le risorse sugli stipendi. È la tesi sostenuta da Claudio Cremaschi in una riflessione che, pur risalendo a diversi anni fa, ripropone un tema ancora attuale: come aumentare davvero le retribuzioni degli insegnanti senza limitarsi a piccoli incrementi contrattuali.


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Quanto dovrebbe guadagnare un insegnante? E soprattutto: è possibile raddoppiare gli stipendi dei docenti senza aumentare in modo sproporzionato la spesa pubblica per l'istruzione?

La domanda è al centro della riflessione di Claudio Cremaschi, che parte da una constatazione: il problema degli stipendi degli insegnanti non può essere affrontato soltanto chiedendo più risorse allo Stato. Secondo la sua tesi, occorrerebbe intervenire anche sulla struttura complessiva del sistema scolastico, sulla distribuzione degli organici e sull'organizzazione del lavoro.

Una proposta destinata inevitabilmente a far discutere, perché mette in discussione uno dei pilastri tradizionali del dibattito sulla scuola: più insegnanti e classi meno numerose equivalgono necessariamente a una scuola migliore?


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Il punto di partenza: stipendi bassi e spesa scolastica

Cremaschi osservava che gli stipendi degli insegnanti italiani risultavano significativamente inferiori rispetto a quelli dei colleghi di altri Paesi avanzati, mentre la spesa complessiva per l'istruzione non presentava una differenza altrettanto ampia.

Da qui nasceva la domanda centrale della sua analisi: dove finiscono le risorse destinate alla scuola?

La risposta proposta era strettamente collegata al rapporto tra numero di studenti e numero di docenti.

Secondo questa impostazione, l'Italia avrebbe mantenuto nel tempo un numero di insegnanti relativamente elevato rispetto alla popolazione scolastica. Una maggiore quantità di personale avrebbe consentito di mantenere classi più piccole, ma avrebbe inevitabilmente distribuito le risorse disponibili su una platea più ampia di lavoratori.

Il risultato, nella prospettiva dell'autore, sarebbe stato un sistema nel quale molti insegnanti ricevono stipendi relativamente bassi anziché un numero inferiore di docenti percepire retribuzioni molto più elevate.


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La provocazione: meno docenti per aumentare gli stipendi

È qui che arriva la parte più provocatoria della proposta.

Cremaschi sostiene che, per aumentare significativamente gli stipendi, sarebbe necessario ridurre il numero complessivo dei docenti, utilizzando le risorse liberate per incrementare le retribuzioni di coloro che rimangono in servizio.

Il ragionamento è matematico: se il monte salari complessivo rimane sostanzialmente invariato, distribuirlo tra un numero inferiore di dipendenti consente di aumentare la retribuzione media.

Non si tratterebbe quindi, nella sua impostazione, di trovare magicamente nuove risorse, ma di ridistribuire diversamente quelle già destinate al personale scolastico.

Una soluzione che, naturalmente, apre immediatamente un interrogativo: ridurre gli organici significa necessariamente peggiorare la qualità della scuola?

Per Cremaschi la risposta non è scontata.

Il caso concreto utilizzato per dimostrare la tesi

Per rendere concreto il ragionamento, l'autore prendeva come esempio un istituto tecnico dell'epoca, indicato con un nome di fantasia.

La scuola contava 1.273 studenti distribuiti in 57 classi e circa 144 docenti effettivamente considerati nel calcolo.

Il rapporto risultante era di circa 8,84 studenti per docente.

La proposta consisteva nel portare il numero medio degli alunni per classe a circa 25 e nel riorganizzare contemporaneamente l'orario degli studenti e quello degli insegnanti.

Secondo la simulazione proposta, lo stesso istituto avrebbe potuto funzionare con circa 90 docenti, mantenendo comunque una quota di personale destinata alle funzioni organizzative e alle altre esigenze della scuola.

Il monte salari precedentemente distribuito su 144 docenti sarebbe stato così concentrato su un numero molto più ridotto di lavoratori.

Nella simulazione dell'autore, questo avrebbe potuto produrre un incremento retributivo nell'ordine del 60%.

Da qui il titolo provocatorio della sua proposta: come raddoppiare lo stipendio degli insegnanti senza raddoppiare la spesa per la scuola.


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Più ore di insegnamento e pagamento del lavoro effettivo

La proposta non si fermava alla riduzione degli organici.

Cremaschi ipotizzava anche una diversa organizzazione dell'orario di lavoro, arrivando a mettere in discussione l'attuale modello basato sulle 18 ore settimanali di insegnamento.

Una possibilità sarebbe stata quella di consentire ai docenti disponibili a lavorare di più di superare le 18 ore, con una corrispondente crescita della retribuzione.

In questa prospettiva, una parte del personale avrebbe potuto scegliere un rapporto di lavoro più intenso e meglio remunerato, mentre altri avrebbero potuto mantenere un impegno ridotto con una conseguente riduzione dello stipendio.

L'idea di fondo è quella di legare maggiormente retribuzione, quantità di lavoro e responsabilità professionali.

La questione delle ferie e dell'orario annuale

Un'altra proposta contenuta nella riflessione riguarda la distribuzione annuale dell'attività didattica.

L'autore osservava che il calendario scolastico concentra l'insegnamento in una parte dell'anno e ipotizzava una distribuzione delle ore su un arco temporale più lungo.

In sostanza, invece di concentrarsi esclusivamente sul numero di ore settimanali, si potrebbe ragionare sul monte ore annuale effettivamente svolto dal docente.

È un'impostazione che anticipa una questione oggi particolarmente delicata: se si vuole aumentare le retribuzioni, bisogna discutere anche di organizzazione del lavoro, tempo scuola e responsabilità professionali.


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E il personale ATA?

La proposta di Cremaschi riguardava anche il personale amministrativo, tecnico e ausiliario.

Nella sua impostazione, una parte delle attività avrebbe potuto essere esternalizzata o gestita attraverso contratti specifici, consentendo una riduzione degli organici e la liberazione di ulteriori risorse.

È probabilmente uno dei passaggi più controversi dell'intera analisi, perché introduce il tema dell'esternalizzazione dei servizi scolastici e del rapporto tra personale interno e servizi affidati all'esterno.

Il vero interrogativo: la qualità della scuola

La questione più importante, tuttavia, rimane quella della qualità.

Meno insegnanti significano necessariamente una scuola peggiore?

La risposta dipende da come viene utilizzato il personale.

Una riduzione indiscriminata degli organici, soprattutto nelle situazioni caratterizzate da forte complessità sociale, disabilità, dispersione scolastica o bisogni educativi particolari, potrebbe produrre effetti negativi.

Ma il ragionamento di Cremaschi pone una domanda diversa: è possibile avere meno personale e, contemporaneamente, una maggiore valorizzazione professionale dei docenti?

Per sostenere questa tesi, la riduzione quantitativa dovrebbe essere accompagnata da una profonda riorganizzazione della scuola, da una maggiore autonomia professionale e da un sistema di carriera capace di premiare competenze, responsabilità e disponibilità a svolgere funzioni aggiuntive.

Il pensionamento come occasione per cambiare il sistema

Uno degli elementi più interessanti della proposta riguarda il modo in cui realizzare la riduzione degli organici.

L'autore non immaginava necessariamente un taglio immediato dei posti di lavoro, ma suggeriva di utilizzare il naturale ricambio generazionale.

Il progressivo pensionamento di grandi numeri di docenti avrebbe potuto diventare, nella sua prospettiva, l'occasione per non sostituire integralmente tutti i posti liberati e destinare le risorse così risparmiate agli stipendi del personale rimasto in servizio.

Una transizione graduale avrebbe inoltre consentito di evitare licenziamenti e di programmare nel tempo la nuova struttura degli organici.


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Una proposta ancora attuale?

A distanza di anni, molte delle condizioni del sistema scolastico sono cambiate. Sono cambiati il numero degli studenti, gli organici, i percorsi di formazione, le modalità di reclutamento e soprattutto il quadro economico generale.

Ma la domanda di fondo è rimasta.

Come si possono aumentare davvero gli stipendi degli insegnanti?

Da una parte c'è la strada tradizionale: aumentare gli stanziamenti pubblici e destinare una quota maggiore della spesa all'istruzione.

Dall'altra c'è la strada indicata da Cremaschi: rivedere profondamente il rapporto tra numero dei docenti, numero degli studenti, orario di lavoro e distribuzione delle risorse, concentrando una parte maggiore della spesa sulle retribuzioni.

Sono due approcci profondamente diversi.

Il primo richiede più risorse.

Il secondo richiede una riforma strutturale dell'organizzazione della scuola.

Ed è proprio questo il punto che rende ancora provocatoria la vecchia proposta di Cremaschi: se davvero si vuole portare gli stipendi degli insegnanti a livelli significativamente più elevati, è sufficiente aumentare gli stanziamenti oppure bisogna anche avere il coraggio di ridiscutere il modo in cui le risorse vengono distribuite?

La risposta, oggi come allora, non è soltanto economica. È una scelta di politica scolastica.

E soprattutto una scelta su che cosa deve essere la professione docente: un lavoro numericamente diffuso e relativamente poco remunerato oppure una professione più selettiva, più impegnativa e molto meglio pagata.